Bettazzi, il Vaticano II guarda il mondo con occhi nuovi

«Non ci siamo ancora. Occorre dare pienezza al Vaticano II»

12 ottobre 2012

Non rinuncia al gusto della battuta. Né alle barzellette. «Una mattina», racconta, «il cardinale Ottaviani si svegliò tardi. Chiamò un taxi: “Portami in fretta al Concilio”. Salito in auto, si riaddormentò.Quando finalmente si destò scoprì con suo grande stupore di trovarsi in aperta campagna. “Ma dove mi porti?”. Il taxista: “Al Concilio di Trento. Dove se no?”».

Monsignor Luigi Bettazzi ha quasi 89 anni e un invidiabile primato: ha partecipato al Concilio. «Sì, io c’ero», sorride. «Tra gli italiani possiamo dire in cinque: i cardinali Fiorenzo Angelini e Giovanni Canestri, monsignor Felice Leonardo di Cerreto Sannita-Telese-Sant’Agata de’ Goti e monsignor Salvatore Nicolosi di Noto. Anzi, siamo rimasti in sei. Non va infatti dimenticato don Giovanni Franzoni, allora abate di San Paolo fuori le Mura».

Monsignor Luigi Bettazzi (a destra), tra il 1963 e il 1966 vescovo ausiliare di Bologna, con l’inglese John Heenan, arcivescovo di Westminster.

«Entrai in Concilio durante la seconda sessione, nell’autunno 1963, una settimana dopo esser stato consacrato vescovo ausiliare del cardinale Giacomo Lercaro, arcivescovo di Bologna. Capii allora che cos’era l’universalità della Chiesa. Incontrai, infatti, confratelli nati e cresciuti in Africa, nell’America meridionale, in Asia. Con le loro storie, con le loro culture quei vescovi rendevano il Concilio antropologicamente “ecumenico”. Mi colpì, poi, il dinamismo. Emergevano idee, c’era dibattito, si maturava insieme, passo a passo. Papi compresi. I documenti scritti dalle commissioni preparatorie, presiedute da cardinali di Curia, furono sostituiti da testi elaborati dalle nuove commissioni, in cui le Conferenze episcopali avevano nominato vescovi e teologi di loro fiducia».

«Compresi così l’intuizione di papa Giovanni che volle indire un Concilio non “dogmatico” (per definire, cioè, nuove verità di fede, scomunicando – anathema sit! –quanti non le avessero accolte), ma “pastorale”, nell’intento di presentare la verità di sempre in modo comprensibile e più facilmente accettabile».

Cos’è rimasto? «La rivoluzione copernicana contenuta nella Gaudium et spes (non l’umanità per la Chiesa, ma la Chiesa per l’umanità) e quella della Lumen gentium (non i fedeli per la gerarchia, ma la gerarchia per i fedeli) stentano ad affermarsi. Mentre le altre due (il primato della parola di Dio, esplicitato nella Dei Verbum, e la riforma liturgica, che, grazie alla Sacrosanctum concilium, è più partecipata di un tempo sono sostanzialmente riuscite. Purtroppo le esagerazioni seguite al Sessantotto permisero a quelli che erano preoccupati dei cambiamenti di dire: “Vedete cos’è successo con il Concilio?”. C’era chi a Messa pretendeva di leggere Che Guevara al posto della Scrittura… Insieme all’acqua sporca, però, si è corso e si corre il rischio di buttare via anche il bambino».

Concilio Vaticano III? «No, no. Occorre dare pienezza al Vaticano II. Carlo Maria Martini da gesuita saggio non parlava di un altro Concilio. Martini diceva: per argomenti di attualità, ad esempio la sessualità, la bioetica, la pastorale dei divorziati, i vescovi di tutto il mondo si preparino, vengano a Roma, stiano un mese su quel tema, si discuta e si decida con il Papa. Bisognerebbe fare ogni tanto un Sinodo che però abbia il carattere del Concilio. Non come i Sinodi attuali, che sono organizzati e gestiti dalla Curia la quale trasmette il materiale al Papa che dopo un anno dice quello che crede, cose sagge, per carità… Fatto sollecitando la riflessione attorno a temi specifici su cui ci si prepara, si discute e si decide, lo strumento sinodale è una proposta saggia. Lo pensava Martini. Lo penso anch’io».

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