Il Concilio Vaticano II fu un colpo di stato

Sì: il Vaticano II fu un colpo di stato. Mossa furba e modus operandi: strana gente questi progressisti sono talmente certi che il loro progresso rappresenti il bene assoluto che non osano dichiarare apertamente le loro intenzioni.

di Francesco Lamendola (06-02-2018)

Ne abbiamo già parlato in svariate occasioni (cfr., in particolare, Il Concilio Vaticano II partì con il piede sbagliato?; e Il Concilio Vaticano II è stato un colpo di mano dei teologi “progressisti” per scavalcare il Magistero?), ma si tratta di una questione cruciale, per cui non è male ritornarvi continuamente sopra: poiché solo chiarendo una volta per tutte quel che avvenne fra il 1958 e il 1965, fra l’elezione di Giovanni XXIII e la conclusione del Concilio, si può arrivare a capire con una certa chiarezza quel che sta accadendo oggi nella Chiesa cattolica, quali siano le reali dinamiche in gioco nella disastrosa deriva modernista e neoprotestante, e da dove abbia avuto origine il male che si sta allargando a macchia d’olio, arrivando ormai a minacciare, dopo la liturgia e la pastorale, lo stesso Deposito della Fede, ossia la vera dottrina e l’autentico Magistero, preposto a difenderla ed insegnarla fedelmente, del tutto inalterata.

Come è noto, si discute, anche e soprattutto tra i fautori del Concilio, se esso corrisponda ad una discontinuità, come sostiene la cosiddetta scuola di Bologna, o ad una continuità con la Chiesa ed il Magistero precedenti. Tale discussione non ci appassiona più di tanto, e infatti lasciamo ai primi di sostenere che il loro rifiuto della Tradizione tridentina non corrisponde a un ripudio della Tradizione in se stessa, ma, semmai, al ritorno ad una Tradizione ancora più antica, e dunque più “autentica” ed “evangelica”, che sarebbe, secondo loro, la Tradizione vera, contrapposta a quella, un po’ artificiale, un po’ retriva, un po’ oscurantista, dei Padri tridentini, tutti impregnati nello scontro con il protestantesimo. Mossa furba, senza dubbio, che rivela la malizia raffinata dei suoi sostenitori: come se ciò non corrispondesse a una forma di storicismo e, pertanto, come se non rivelasse fin troppo bene i loro reali intenti: non già di riallacciarsi a un mitica purezza originaria del Vangelo, ma scardinare la Tradizione esistente alla vigilia del Concilio e sostituirla, di fatto, con una nuova Chiesa ed un nuovo Magistero, peraltro senza avere la franchezza di dirlo chiaro e tondo, ma, anzi, cercando di far sì che se ne accorgano il minor numero di fedeli possibile. Strana gente, questi progressisti: sono talmente certi e convinti che il loro progresso rappresenti il bene assoluto, che non osano dichiarare apertamente le loro intenzioni, perché sanno che non verrebbero capiti, e preferiscono affidarsi a manovre oblique e ad astuzie d’ogni sorta per far passare avanti quelle riforme e quei mutamenti che, se dovessero passare attraverso una vera discussione e delle sedi ecclesiali appropriate, quasi certamente verrebbero bocciati e rimandati al mittente. Tutti i progressisti agiscono così: basti pensare a quegli artisti, architetti e urbanisti i quali pongono la cittadinanza davanti al fatto compiuto di certi interventi sul paesaggio urbano, confidando che, se la generazione presente non li capisce, né li approva, a capire e ad approvare saranno le generazioni future; e ciò, dal loro punto di vista, è più sufficiente. Colpisce, tuttavia, che questo modo di pensare, tipico della società profana, sia penetrato anche nella Chiesa; e che numerosi teologi, cardinali, vescovi e sacerdoti lo abbiano fatto proprio, come se, nel cristianesimo, vi fosse una parte più difficile, per addetti ai lavori, ai quali spetta la responsabilità di decidere se, quando e cosa cambiare nella vita della Chiesa, eventualmente anche a livello dottrinale; mentre alla massa dei fedeli altro non resta che fidarsi di tale élite e lasciare tempo al tempo, finché la bontà dei mutamenti introdotti non si riveli, magari alla generazione successiva. Colpisce perché qui stiamo parlando di qualcosa che non può e non deve essere considerato alla stessa maniera di un qualsiasi rinnovamento delle cose umane o di una qualunque riforma amministrativa, sociale o culturale: qui stiamo parlando del Deposito della fede, cioè di un qualcosa che è perenne, eterno, perfetto e immutabile, e che non solo non deve inchinarsi ai mutamenti e alle mode del momento storico, ma che deve imporsi, lui, alla storia e alla società, per proporre la sua radicale alterità alle logiche del mondo, ponendo gli uomini davanti alla indilazionabilità di una scelta, pro o contro Gesù Cristo.

Fra i critici del Concilio, viceversa, o, almeno, fra i critici della deriva successiva al Concilio, si trascina da anni una discussione se il Concilio sia stato “tradito” dal post-concilio o se il post-concilio sia stato solo la logica e naturale continuazione del Concilio stesso. Nel primo caso, ci troveremmo di fronte a un Concilio “buono”, o, quanto meno, bene intenzionato, e ad una serie di forzature indebite e illegittime dei documenti conciliari e delle decisioni conciliari, nella fase successiva; forzature giustificate con l’appello, generico ed emotivo, a un sedicente e inafferrabile “spirito del Concilio”, quasi che il Concilio non si fosse risolto, ufficialmente e integralmente, nei documenti da esso approvati, ma in quei documenti fosse rimasto un “qualcosa”, un contenuto inespresso, ma vitale, che doveva assolutamente essere esplicitato e realizzato, a meno di voler “tradire” le reali intenzioni del Concilio medesimo. Secondo l’altra interpretazione, invece, pur essendovi state, senza dubbio, delle forzature negli anni successivi, la deriva dottrinale parte già dal Concilio stesso, come del resto, esplicitamente, la rivoluzione liturgica: per cui voler separare un Concilio “buono” da un post-concilio “cattivo” è una operazione sostanzialmente arbitraria, oltre che ingenua e difficilmente documentabile.

Per quanto ci riguarda, dopo aver studiato i documenti del Concilio e le vicende che ne accompagnarono la stesura, e aver riflettuto per anni su tale questione, siamo giunti alla conclusione che la seconda interpretazione è assai più vicina al vero della prima, e questo per la buona ragione che alcuni documenti del Concilio, e non solo la loro forzatura successiva, sono, in se stessi, indubbiamente eterodossi, in quanto si allontanano dal Magistero in alcuni punti di capitale importanza (cfr. il nostro articolo: Liturgia, libertà religiosa, ebraismo: tre documenti per scardinare la Chiesa, pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 27/01/2018). Ciò non significa sostenere la tesi estrema che tutto il Concilio sia stato, in se stesso, una sorta di gigantesco complotto ordito a mente fredda, perché restiamo fermamene convinti che la grande maggioranza di quanti vi parteciparono, per non parlare dei fedeli cattolici in generale, non avevano alcuna intenzione di sovvertire il Magistero, né di ‘cambiare’ la Chiesa. Siamo però altrettanto fermamente persuasi che tale complotto esisteva, e che precedette la stessa convocazione del Concilio; per cui, quando Giovanni XXIII – imprudentemente, forse, oppure consapevolmente, secondo un’altra ipotesi – si decise a convocarlo, peraltro nella candida illusione di risolverlo in un paio di mesi e dirigerlo secondo uno schema predefinito dalle commissioni preparatorie da lui stesso nominate –, le forze ed i soggetti che avevano concepito e tessuto la trama di tale congiura, colsero al volo l’occasione lungamente attesa e si servirono di quella grande assise, nonché dell’intenso clamore mediatico che favoriva, naturalmente, il “partito progressista”, per attuare il colpo tanto atteso.

Ha ricordato lo storico Roberto De Mattei nella Prefazione al libro Depositum Custodi. Schema di costituzione dogmatica sulla salvaguardia dell’integrità del Deposito della Fede, Roma, Edizioni Fiducia, 2017, pp. 5-6):

«La fase preparatoria del Concilio Vaticano II ebbe un momento saliente il 5 giugno 1960, giorno di Pentecoste, quando Giovanni XXIII emanò il motu proprio “Superno Dei nuti”, che istituiva dieci commissioni incaricate di redigere gli schemi per la discussione in assemblea, secondo i suggerimenti ricevuti durante la consultazione antipreparatoria. La più importante di queste commissioni era la Commissione teologica, di cui il presidente era il cardinale Alfredo Ottaviani e segretario il teologo gesuita olandese Sebastiaan Tromp. Nei venti mesi del suo lavoro la Commissione produsse sette testi, frutto del diligente lavoro di ben 871 esperti; i documenti vennero approvati il 13 luglio 1962, da Giovanni XXIII: Quando il Concilio Vaticano II si aprì, l’11 ottobre 1962, gli schemi furono presentati alle congregazioni generali, ma, nei primi giorni del Concilio la minoranza progressista, con un colpo di mano, riuscì ad ottenere il controllo delle commissioni, inserendo in esse i suoi “esperti teologici”. Gli schemi originari, perfettamente ortodossi e conformi alla dottrina della Chiesa, furono letteralmente gettati nel cestino con una procedura irregolare, mancando i 2/3 dei voti richiesti. Il rifiuto di questi schemi che secondo il regolamento, avrebbero dovuto costituire la base della discussione, segnò una svolta radicale nella storia del Concilio Vaticano II».

Naturalmente, toccare con mano l’abissale differenza che corre fra gli schemi preparatori delle Commissioni conciliari e i documenti finali, quali vennero approvati dopo che gli schemi erano stati respinti e dopo che nelle Commissioni stesse i progressisti introdussero i loro sedicenti teologi ed esperti, tipo Karl Rahner, induce e quasi costringe a porre sul tavolo la questione della effettiva legittimità, più che della continuità o discontinuità col Magistero, del Concilio Vaticano II. Infatti è evidente che perfino in un qualunque consiglio d’amministrazione di un’azienda privata, se le linee programmatiche vengono stravolte da un colpo di mano dell’ultimo minuto, e viene fatta passare come la nuova “linea” aziendale ciò che non era stato immaginato, né, tanto meno, desiderato, dalla grande maggioranza degli azionisti, ci troviamo di fronte a una situazione non solo equivoca e deplorevole, ma decisamente illegittima, che esige di essere sanata, per amore della verità e per rispetto delle vere intenzioni dei soggetti interessati. E se questo è il minimo che si possa dire nel caso di un’azienda privata, cosa si dovrà dire della Chiesa cattolica, il cui scopo e la cui ragion d’essere è di custodire con fedeltà indefettibile il Deposito della fede, e non altro? Cosa si dovrà dire di un Concilio i cui esiti sono stati determinati da una congiura che ha sorpreso la buona fede e la reale volontà della maggioranza dei partecipanti, e che è stato abilmente sviato dai suoi binari per approdare a degli esiti assolutamente imprevisti e non voluti da essi, cioè, in poche parole, manipolando e stravolgendo le loro legittime aspirazioni e il loro stesso lavoro? Certo, Giovanni XXIII avrebbe dovuto capirlo fin dai primi giorni, quando gli schemi preparatori, e specialmente quello teologico, curato dal cardinale Ottaviani, vennero respinti, con procedura insolita e irregolare, e il lavoro di preparazione dei documenti venne ripreso da zero, ma su basi completamene diverse e con l’apporto decisivo di persone estranee alla cura d’anime. Allora, se non altro, Giovanni XXIII avrebbe dovuto capire quale azzardo pericolosissimo, quale immensa imprudenza fosse stata la convocazione di un concilio che si voleva puramente pastorale, mentre era cosa ben nota quanto la massoneria ecclesiastica stesse brigando, da tempo, dietro le quinte, per predisporre l’occasione con cui dare l’assalto finale ai vertici della Chiesa, e mutarne dall’interno la struttura e, in ultima analisi, la dottrina. Si era inoltre fatto credere ai Padri, al momento della convocazione, che il Concilio si sarebbe occupato anche di formulare una solenne e definitiva condanna del comunismo, e che avrebbe perfezionato il dogma mariano ed il culto relativo, magari con la consacrazione della Russia al Cuore Immacolato di Maria. Invece, fin dall’inizio, apparve chiaro che nessuna delle due cose sarebbe stata fatta, e che i progressisti si stavano scatenando per impadronirsi della direzione dei lavori, come difatti avvenne. Giovanni XXIII capì, almeno allora, cosa stava succedendo, e qual era la posta in gioco, ossia un tentativo organizzato di cambiare, con il pretesto del rinnovamento liturgico e pastorale, la stessa fisionomia della Chiesa cattolica? Ci sembra impossibile risponde negativamente a tale interrogativo. Resta perciò, inevitabile, la spiegazione che egli era a conoscenza di quel che stava per maturare e che, in piena coscienza, convocò il Concilio, lui vecchio e malato – un concilio che sapeva bene di non poter concludere – allo scopo di propiziare al “partito” progressista la manovra lungamente preparata. Ci piacerebbe poter giungere a una diversa conclusione, ma purtroppo è impossibile. Del resto, proviamo a domandarci: quale madre, degna di questo nome, vecchia e malata, si assumerebbe la responsabilità di mettere al mondo un figlio, sapendo di non poterlo crescere, anzi, di non poterlo accompagnare neppure nei primi anni di vita? Giovanni XXIII agì esattamente come quella madre snaturata: e, così facendo, gettò la Chiesa in un’avventura di cui nessuno poteva prevedere l’esito finale, ma della quale si poteva e si doveva prevedere tutta la carica potenzialmente eversiva e, pertanto, la sua immensa pericolosità.

Questo è quanto. Le implicazioni e le conseguenze di questa “scoperta” sono sconvolgenti: pure, è necessario guardarle in faccia. Si tratta essenzialmente di questo – e ci rendiamo perfettamente conto della gravità di una simile affermazione -: il Concilio Vaticano II, al di là delle buone intenzioni di moltissimi dei suoi partecipanti, non fu un concilio legittimo; non rispettò le normali regole procedurali e non formulò dei documenti coerenti con il sacro Magistero; introdusse, in maniera poco limpida, e talvolta apertamente truffaldina, delle novità illecite; altre le lasciò intravedere, suggerendo ai progressisti la maniera per spingere ancora più oltre la loro manovra eversiva; osò modificare il Deposito della fede e, con ciò, scivolò automaticamente nell’eresia e nell’apostasia, anche se seppe dissimulare tale esito dietro un’abile cortina fumogena di belle parole e di confortanti espressioni, che parevano rafforzare la fede di sempre, quando invece era in atto il principio del suo smantellamento, di cui si sarebbero occupati i progressisti negli anni successivi. Di conseguenza, se ne deve dedurre che il Concilio Vaticano II, unico fra tutti i concili ecumenici della Chiesa cattolica, non ebbe l’assistenza dello Spirito Santo, non fu divinamente ispirato e confortato, ma fu una assemblea puramente umana, nella quale giocarono affetti e passioni umane, intenzioni e volontà puramente umane, caratterizzati, in ultima analisi, da una smania di potere, destinata a risolversi in una lotta per il potere nella Chiesa e sulla Chiesa. E questo per la buona, anzi ottima ragione che lo Spirito non può ispirare se non le anime che si abbandonano fiduciose a Dio e non certo quelle che sono mosse e agitate dalla zavorra del loro io, tutte protese ad affermare i loro obiettivi, a cercare la gratificazione del successo e a far valere la loro volontà, contro chiunque rappresenti un ostacolo.

Altro che rinnovamento pastorale, altro che spalancare le porte allo Spirito Santo! Le porte furono spalancate, sì, ma a ben altri invitati, e su ben altre prospettive…

FONTE: accademianuovaitalia.it

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