Il card. Siri: al Vaticano II ci fu un gruppo di “contro-impostazione”

A cura di Stefano Maria Pace e Paolo Biondi – Rivista “30 Giorni”, n° 6, Giugno 1989, pp. 70-75.

L’idea di convocare un concilio era già affiorata durante il pontificato di Pio XII. Perché venne accantonata?

Sì, era già affiorata. Ma, nonostante io fossi molto vicino a Pio XII, non me ne ha mai parlato. /…/ Il Concilio venne convocato da Giovanni XXIII. Chi glielo suggerì, o per lo meno richiamò alla memoria, fu il cardinal Ruffini (Arcivescovo di Palermo), il 16 dicembre del 1958, a distanza di quasi due mesi dalla sua elezione. Il Papa se ne entusiasmò e ne colse l’idea. /…/ Non so però cosa successe il 25 gennaio del 1959. Ma l’idea del Concilio già girava. Pio XII, credo, aveva anche costituito una piccola commissione che silenziosamente studiasse la proposta. Era una cosa che stava lievitando.

Una volta disse che fu nelle prime riunioni della Commissione per gli Affari straordinari (o “per le grane” come lei la definì) e in quelle del Consiglio di presidenza che il Concilio prese un determinato iter piuttosto che un altro. Cosa intendeva precisamente?

Quando è iniziato il concilio ero membro della commissione cardinalizia per gli Affari straordinari, definita da Papa Giovanni “la testa del Concilio”. Durò solo per la prima sessione e fu soppressa da Paolo VI che diede via all’attività di venti cardinali: i dodici componenti il Consiglio di presidenza del Concilio (di cui feci parte anch’io), i quattro moderatori del Concilio stesso e i quattro coordinatori. Questi venti cardinali rappresentavano il nerbo del Concilio, perché le grandi questioni, i grandi dibattiti, le grandi risoluzioni furono prese in questa commissione che si riuniva quasi tutte le settimane. Chi non conosce i verbali di questo Consiglio credo che non possa scrivere la vera storia del Concilio.

In occasione di alcune conferenze che tenne a Cannes nel ‘69 lei lanciò una pesantissima accusa: denunciò l’esistenza di una “contro impostazione” del Concilio…

Come ha avuto i testi delle due conferenze?

Sono stati pubblicati recentemente nel primo volume delle sue opere.

Quelle conferenze non avrebbero dovuto essere divulgate. Erano però tra i miei dattiloscritti. /…/ Non posso far altro comunque che confermare quanto dissi.

Un gruppo molto potente – lei disse – si era organizzato in…

Sì. Si riunì, in un modo non del tutto legittimo, in una certa parte d’Europa. La prova evidente la ebbi quando si dovettero eleggere i due terzi dei membri delle commissioni.

Vuol forse dire che l’elezione dei membri nelle commissioni fu “guidata” da tale gruppo?

Sì, ne sono certo. È stata orchestrata da loro, scegliendo in tutto il mondo quelli che più si conformavano ad un certo indirizzo e escludendone gli altri. Io presentai allora una lista alternativa definita “cattolica” perché i membri dovevano essere eletti in numero proporzionale al numero dei cattolici esistenti nei rispettivi paesi. Ma loro la fecero bocciare.

Sono accuse di non poco conto. Ne parlò con Giovanni XXIII?

Sì, anche lui si rese conto del pericolo costituito da tale gruppo; in una lunga udienza mi disse chiaramente che non era «affatto contento del Concilio».

Quali erano secondo lei i fini specifici di questo gruppo?

Forse avvicinare la Chiesa ai protestanti e rendere in tal modo più facile il loro ritorno. Ma può darsi che li stia giustificando troppo.

Lo definisce un gruppo di “controimpostazione conciliare”. L’aggettivo “contro” che valenza ha? Era “contro” l’impostazione voluta da Giovanni XXIII, “contro” il Magistero tradizionale della Chiesa cattolica o, più semplicemente, “contro” una visione tradizionalista della Chiesa che in Concilio ebbe i suoi leaders oltre che in lei nei cardinali Ruffini e Ottaviani?

Contro l’impostazione voluta da Giovanni XXIII. Certo. Contro il Magistero tradizionale della Chiesa. Sicuro. Si formò tra noi un gruppo? Loro erano una corrente, la quale provocò necessariamente una controcorrente.

Il teologo Schillebeeckx ha affermato in un’intervista al settimanale spagnolo “Vida Nueva” che l’orientamento di cui lei fece parte era minoritario, ma riuscì ad influenzare il Concilio perché molto agguerrito, e soprattutto perché assecondato da Paolo VI.

Una minoranza la nostra? Ma il Concilio erano i 2500 Padri che vi hanno partecipato e che votavano. E votavano bene. Di questi, solo 500 presero la parola almeno una volta. Tutti gli altri, ed erano i quattro quinti, erano lì, attenti, e giudicavano. Ed erano loro la maggioranza. La maggioranza silenziosa, ma che faceva il Concilio. E i documenti del Concilio furono tutti approvati quasi all’unanimità. Non si comprende il Concilio se non si comprende questo. Schillebeeckx faceva parte del Concilio come “esperto” dell’episcopato olandese. Io ero alla tribuna della presidenza e gli esperti erano nella tribuna alla mia destra. Li vedevo bene. Anzi, non li vedevo affatto: non c’erano quasi mai. Erano sempre in giro per Roma a tenere conferenze, dibattiti, assemblee. A parlare di tutto. A tentare di influenzare maldestramente i Padri conciliari.

Alla ripresa dei lavori dopo la morte di Giovanni XXIII, ci fu subito «una delle maggiori e sorde lotte che abbiano caratterizzato il Vaticano II», come lei la definì. Fu il dibattito sul “De Ecclesia” che culminerà nella “Lumen Gentium”, il cui nucleo era la collegialità episcopale.

Risuscitando gli errori di Basilea e le opposizioni al Vaticano I, si tentò di sminuire, o forse anche negare, il Primato del Papa. Lo strumento di cui ci si servì per tale scopo fu l’idea della collegialità episcopale. La collegialità è sempre esistita, ma l’intento era di condurla ad un piano di completa parità col Primato di Pietro se non addirittura ad essere un limite per il Primato stesso. Me ne accorsi in una delle sedute della Commissione preparatoria centrale del Concilio, quando un Padre pronunciò l’espressione «cogubernatio Ecclesiae». Lui stesso deve essersi accorto di aver detto troppo, perché subito l’attenuò con un termine meno impegnativo. Era un concetto errato. Come già si sapeva, e come poi ha precisato il Vaticano II, il Collegio Episcopale e il Papa sono due soggetti del potere supremo, ma il Collegio, per essere ed agire come tale, deve essere col Papa e sotto il Papa, mentre il Papa stesso ha un potere personale che non ha alcun bisogno, per essere tale, del Collegio Episcopale. Fu proprio questo il particolare su cui si è serrata la lotta. E la lotta fu dura. È proprio il Primato del Romano Pontefice a garantire tutto: senza di quello sarebbe la distruzione. Se vogliamo stabilire una gradazione tra i problemi e le crisi suscitate nel post-concilio, ritengo che questo abbia il primo posto. Mi ricordo che una volta mi recai da Pio XII e notai sulla sua scrivania, perfettamente sgombra, due testi: uno era sulla collegialità. Mi chiese che cosa ne pensassi: «Santità – risposi – lo getti via. Io l’ho letto e non c’è niente di buono».

Si trattava forse del libro di padre Congar, “Vera e falsa riforma della Chiesa”?

Preferisco non rispondere. In Concilio, comunque, quando vidi la ferocia dell’attacco al Primato di Pietro, preparai un intervento. Allora ero ammalato, soffrivo di labirintite, non riuscivo contemporaneamente a leggere e a parlare. Appena cominciavo sopraggiungeva una crisi e mi accasciavo al suolo. Era un lunedì. Il termine del dibattito era previsto per mercoledì mattina. Mi rivolsi ai “quattro cavalieri dell’Apocalisse”, i quattro moderatori che sedevano proprio sotto di noi, e mi feci iscrivere a parlare per ultimo: chi parla per ultimo ha “più ragione”. Preparai un testo di 10-15 righe. Mi rivolsi al Card. Ruffini, che sedeva alla mia sinistra, dicendogli: «Mercoledì prenderò la parola, non riuscirò a terminare perché cadrò prima. Non curarti di me, ho già il mio segretario che mi sorreggerà, ma prendi i fogli e finisci tu il discorso». Il giorno seguente, il martedì mattina, entrò in aula il Segretario generale del Concilio, Pericle Felici: lesse un discorso a nome del Papa. Era l’intervento che avrei voluto fare io. Dissi al Card. Ruffini: «Oggi ho visto l’intervento dello Spirito Santo sul Concilio».

Nella discussione sul “De Episcopis” il suo amico Cardinal Ottaviani contestò non solo la funzione indicativa della votazione del 30 ottobre 1963 sulla collegialità, ma anche la sua legittimità, mettendo in pratica sotto accusa i moderatori stessi.

È difficile dare una valutazione sui moderatori. Molto difficile. Solo Agagianian raccoglieva l’approvazione e l’assenso di tutti. Ottavianiera un vero difensore della fede, ma aveva una caratteristica (non lo chiamo un difetto): si scaldava. E questo irritava gli altri. Un giorno Alfrink, presidente di turno, gli tolse addirittura la parola.

E il Concilio applaudì.

No, non si può dire che applaudì. Ci fu qua e là… ma non fu un applauso dell’Assemblea. Il gesto di Alfrink non fu approvato della grande maggioranza, e recò una certa pena. Ottaviani era allora a capo del Sant’Uffizio: non se la presero con la persona ma con l’ufficio. Ottaviani quando si metteva in moto sembrava un ippopotamo. Una persona cara, eravamo tanto amici, un uomo di Dio. È stato parecchi anni cieco, eppure sempre sereno.

L’opposizione alla Curia non era dunque così diffusa.

Sono di quelle cose di cui si parla per passare il tempo mentre si prende il caffé. /…/ Io dissi al cardinal Ottaviani: «Se capita un’altra volta che le facciano l’affronto di toglierle la parola, dica: “Sentite, state zitti voi, altrimenti io vado dal Papa a chiedere che mi dia la facoltà di sciogliere i segreti, perché so tutti i vostri affari”. Vedrà che finisce tutto».

A due anni dall’inizio dei lavori conciliari, ci fu la discussione della “Dichiarazione sulla libertà religiosa”; la Chiesa non rivendicava solo il diritto di praticare la propria religione, ma anche che chiunque potesse osservare il suo culto verso Dio in modo pubblico e privato.

Il De Libertate Religiosa si limitava a questo aspetto: lo stato non può intervenire per piegare a suo piacimento la coscienza religiosa. Fu una cosa generale. /…/

Fu in seguito a quel documento che nacque la contestazione del vescovo Lefebvre…

La genesi del documento fu la volontà di fare un’indiretta condanna del comunismo, attraverso la solenne proibizione dei mezzi coercitivi «da parte di singoli individui, di gruppi sociali e di qualsivoglia volontà umana» nei rapporti tra gli uomini e l’attività religiosa. Lo spiegai a Lefebvre, tanto che lo convinsi ad accettare tutto il Concilio, poi dissi al Papa: «Lo riceva e prepariamo un comunicato di tre righe in cui si dia notizia dell’udienza e si dica che Lefebvre ha regolato le sue pendenze con la Chiesa». Ma poi le cose andarono per le lunghe e sorsero altri problemi. /…/

In questo post-concilio uno degli aspetti più interessanti è il fiorire di nuovi movimenti ecclesiali. Cosa ne pensa?

Tutta la piazza è piena di erba, erbacce, fiori ed alberi belli. Più volte ho sollecitato la CEI a mettere un po’ d’ordine ma finora non ha approvato nessun decreto a riguardo. Con la FUCI sono in lite da 54 anni. Ero loro assistente e mi hanno mandato via. E vedo che ancora non hanno abbandonato il loro concetto intellettualistico della fede. Ma i due movimenti più importanti in Italia sono i Focolari e Comunione e Liberazione. Sono ottimi. A dire il vero quand’ero presidente della CEI venne intentato un processo al movimento dei Focolari. Su 20 votanti, diciotto non erano convinti dell’impostazione dei Focolari, e votarono Deleatur. Solo due erano a favore. Ma dei due che votarono non deleatur uno era il cardinal Pastore. L’altro, Montini.

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