Il primo schema sul matrimonio e sulla famiglia del Concilio Vaticano II

Fra i vari documenti preparatori per il concilio, approvati da Giovanni XXIII nel luglio del 1962 e inviati a tutti i vescovi, c’era anche uno Schema di costituzione dogmatica sulla castità, il matrimonio, la famiglia, la verginità. Tale schema venne però bocciato e riscritto secondo le tesi della teologia progressista, la cosiddetta nouvelle théologie, lontanissima dalle posizioni tradizionali.

«La Rivoluzione del 1968 ebbe certo forte impatto nella Chiesa, oltre che nella società, ma la “svolta conciliare” favorì a sua volta l’esplosione del Sessantotto e ne moltiplicò la forza propulsiva», scrive nell’introduzione il professor Roberto de Mattei al libro eccezionale e propizio (Il primo schema sulla famiglia e sul matrimonio del Concilio Vaticano II, Edizioni Fiducia, pp. 118, € 10): si tratta della proposizione del testo integrale del documento sulla famiglia e sul matrimonio presentato tra gli schemi preparatori del Concilio Vaticano II.

Fra i vari documenti, approvati da papa Giovanni XXIII nel luglio del 1962 e inviati a tutti i Padri conciliari, c’era anche uno Schema di costituzione dogmatica sulla castità, il matrimonio, la famiglia, la verginità.

Tale schema – come altri, primo fra tutti quello che chiedeva la condanna del comunismo, volutamente ignorato adducendo motivazioni “diplomatiche” – venne però bocciato e riscritto secondo le tesi della teologia progressista, la cosiddetta nouvelle théologie – condannata da papa Pio XII con l’enciclica Humani generis (1950) –, lontanissima dalle posizioni tradizionali.

Il tema della famiglia fu quindi trattato ai paragrafi 47-52 della costituzione pastorale Gaudium et Spes, documento equivoco: negli anni post-conciliari, fu letto ed interpretato in maniera soggettiva e relativista, contraria alla morale tradizionale.

Che già all’interno del Vaticano II ci fosse una “lobby” modernista contraria alla morale tradizionale fu evidente quando, all’indomani della pubblicazione dell’enciclica Humanae vitae di papa Paolo VI, oltre 200 teologi firmarono sul New York Times un appello, che invitava tutti i cattolici a disubbidire all’enciclica pontificia.

Un gruppo di protagonisti del Concilio contrari all’enciclica si riunì a porte chiuse nella città di Essen, in Germania, per stabilire una strategia di opposizione al documento pontificio, peraltro ampiamente disatteso, se non addirittura rigettato con acrimonia, da interi episcopati.

Il risultato di quell’incontro fu che la dottrina dell’Humanae vitae non venne seguita: nelle università e nei seminari i testi di studio divennero quelli del redentorista tedesco Bernhard Häring (1912-1988), considerato il “padre” della moderna – modernista – teologia morale; purtroppo pure papa Francesco l’ha lodato nel suo discorso alla XXXVI Congregazione Generale della Compagnia di Gesù.

I novelli moralisti sostituivano all’oggettività della legge naturale la “persona”, svincolata da ogni impegno normativo, imbevuta di immanentismo e dipendente dalle circostanze storiche, sociali e culturali; insomma, dall’«etica della situazione» (p. 27), condannata anche da papa Giovanni Paolo II con l’enciclica Veritatis Splendor (1993).

Questo testo di Gianandrea de Antonellis è stato tratto dal periodico Radici Cristiane.

FONTE: RadioRomaLibera.org

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