Concilio Vaticano II. Se la storia diventa criterio di giudizio

Cari amici di Duc in altum, nell’ambito del dibattito sul Concilio Vaticano II, ecco un contributo di Giovanni Formicola che muove alcune osservazioni all’intervento di monsignor Guido Pozzo. A.M.V.


Caro Aldo Maria,

ho letto con attenzione il contributo di mons. Pozzo, e pur essendo un nessuno – però battezzato e cresimato, e perciò qualche dono dello Spirito l’avrò pur ricevuto – vorrei svolgere qualche breve considerazione, anche in forma di domanda.

1. Mons. Pozzo, con il quale, per quel nulla che vale, sono in sostanza d’accordo, scrive a proposito di libertà religiosa che Dignitatis humanae conferma la tradizionale dottrina della Chiesa, ma aggiorna i giudizi storici, e sottolinea il diritto d’immunità da coercizione di stato in materia di fede. E così presenta la tradizionale dottrina confermata da DH (ne trascrivo una sintesi e metto in neretto i punti sui quali intendo porre le mie domande).

“[…] il Vaticano II nella Dignitatis humanae riconferma che l’unica vera Religione sussiste nella Chiesa cattolica e apostolica, alla quale il Signore Gesù affida la missione di comunicarla a tutti gli uomini (DH, n.1), e con ciò nega il relativismo e l’indifferentismo religioso, condannato pure dal Syllabus di Pio IX. Esso conferma la dottrina del Magistero della Chiesa che condanna il diritto alla libertà religiosa intesa come licenza morale di aderire all’errore (cfr. Leone XIII, Lett. Enc. Libertas) o intesa come un implicito diritto all’errore (cfr. Pio XII, Discorso del 6 dicembre 1953), o a una libertà civile illimitata in materia religiosa o limitata soltanto da un ordine pubblico inteso in senso naturalistico, o a una libertà religiosa senza distinzione. Va anche notato che questa condanna enunciata dal Magistero della Chiesa, specialmente con l’Enciclica di Pio IX Quanta cura e con il Syllabus, si riferiva anche alla concezione presupposta nell’affermazione di quei diritti, cioè il nuovo ordine civile e sociale, fondato sull’indifferentismo e sul relativismo. Il Syllabus condanna pure la proposizione secondo la quale “ogni uomo è libero di abbracciare e di professare la religione che avrà giudicato vera alla luce della sua ragione” [mi sembra che ad Abu Dhabi, sicut litterae sonant, questa proposizione sia stata assolta in appello]. L’approccio soggettivistico alla religione è il fondamento di questa rivendicazione della libertà religiosa, per cui la Chiesa reagisce allo snaturamento e al dissolvimento della vera religione che è quella cristiana. Ciò però deve essere sostenuto insieme con l’affermazione della dottrina cattolica tradizionale secondo cui non c’è uguaglianza tra i diritti della vera religione e del vero culto reso a Dio rispetto ai diritti delle altre religioni e degli altri culti. Una cosa è l’affermazione dell’uguaglianza dei diritti delle persone (tesi sostenuta da DH), tutt’altra cosa è l’affermazione dell’uguaglianza dei diritti delle religioni come tali (tesi condannata dal Magistero precedente)“.

Ricordo che quando ero studentello alle scuole medie – quindi tra il 1970 e il 1973 – avevo un compagno di classe, uno dei tanti e tale è rimasto, che disse di non apprezzare la Chiesa e la religione cattolica per la pretesa che hanno di verità e d’unicità (di questo si discuteva in classe nella scuola media dei primi anni 1970). Oggi, quanti al mondo – in buona o in mala fede, credenti o non credenti, cristiani o non cristiani, chierici o laici – attribuirebbero alla Chiesa cattolica questa pretesa? Chi ritiene che le parti sopra citate in grassetto, condanne e asserzioni, siano attualmente dottrina della Chiesa? E se è vero, come mi sembra, che a ritenerlo sia ormai un’infima minoranza (quorum ego), talmente minoritaria da non fare statistica, è possibile che il Concilio Vaticano II e Dignitatis humanae non c’entrino niente? Secondo il Papa c’entrano e come, tanto che ha presentato la dichiarazione di Abu Dhabi come “il Concilio” applicato alla questione. Salvo contraddirsi – come spesso fa, e qualche maligno direbbe “gesuiticamente” (ma sant’Ignazio è innocente) -, e parlare, per togliersi di torno un santo vescovo insistente, di “volontà permissiva” di Dio quanto alla pluralità delle di lui immagini, dei culti e delle religioni. Ora, mentre nella dichiarazione in proposito si dice “sapiente volontà divina”, se invece trattasi di “volontà permissiva”, allora la diversità di religioni è un male, perché Dio “permette” il male, il bene lo vuole.

2. La questione della pastoralità e del suo primato sulla dottrina, al di là d’ogni legittima sottigliezza, ha una facile soluzione, a mio avviso. Essa deriva dallo stesso metodo che conduce al primato della verità: se il relativismo è “vero”, allora la verità esiste, e quindi non tutto è relativo (cfr. Timothy Williamson, Io ho ragione e tu hai torto. Un dialogo filosofico, trad. it. il Mulino, Bologna 2016); al primato della metafisica: dire che la metafisica non esiste è un’affermazione metafisica, e quindi la metafisica “si fa” anche quando viene negata; al primato della filosofia sullo scientismo positivistico: la questione della filosofia è filosofica, la questione della scienza non è scientifica, ma è filosofica. Così, la dottrina spiega sé stessa, la pastorale è spiegata non da sé stessa ma dalla dottrina, altrimenti è una mera prassi, ciò che nemmeno la pastorizia è e può essere.

3. Quanto al punto 1. c) della conclusione (“proponendo insegnamenti autentici che richiedono l’ossequio dell’intelletto e della volontà, anche se non si esige un’adesione di fede o un assenso incondizionato, dato che non si tratta di dottrine proposte come divinamente rivelate né con atto definitivo”), non ho mai avuto la buona sorte d’incontrare un solo esempio di questi “insegnamenti autentici” del Concilio Vaticano II – come invece viene fornito con assoluta perspicuità al precedente punto b) a proposito della pienezza sacramentale dell’ordinazione episcopale – che m’aiutasse a comprendere. E sì, perché io, laicus rusticus et idiota, ho bisogno di capire, e gli esempi aiutano.

4. “Nella Costituzione pastorale Gaudium et spes, nei Decreti e nelle Dichiarazioni talvolta sono presenti insegnamenti dottrinali, ma per lo più sono proposte indicazioni o orientamenti sull’agire pratico, cioè indicazioni, esortazioni e direttive pastorali come applicazione della dottrina, tenendo presenti le circostanze del momento odierno“.

Se così è (grassetto) – e se non si tratta un po’ banalmente solo di lingua e linguaggio (non si dice più “imperocché”, non si dice più “eziandio”) – non è evidente che perciò stesso sono documenti che scadevano già mentre venivano scritti? La brusca accelerazione della storia e della cultura (mentalità) agl’inizi dei 1960 era già in atto, e le “circostanze del momento odierno”, continuamente mutevoli, non li collocavano sin da subito nel passato, sorte inevitabile per chi si situa solo, o almeno troppo, nel tempo? A me sembra che Crono divori sempre i suoi figli: ci sono testi del Magistero attualissimi (cfr. il giustamente richiamato Sillabo) perché giudicavano i tempi (nel senso di kairòs, “tempo qualitativo”), e non li trasformavano in criterio di giudizio. La storia non è giudice, ma chiamata in giudizio. E la Chiesa non ha nulla da imparare dallo stato, anche se semplicemente “laico” (che presto e inevitabilmente degenera in laicista), e men che meno dalla modernità, ovviamente intesa come un tempo qualitativo, culturale”, e non come mera contemporaneità cronologica.

Giovanni Formicola

DucInAltum

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