L’ateismo e il comunismo al Vaticano II

Per illustrare gli avvenimenti conciliari in tema di comunismo, ne pubblichiamo la cronaca, ricavandola dal volume Le Rhin se jette dans le Tibre, di p. Ralph M. Wiltgen, missionario del Verbo Divino, che ne fu testimone, attento e fedele, come fondatore e direttore di una agenzia di stampa — la Divine Word News Service –, nata e vissuta in occasione del Concilio stesso. Il brano compare alle pp. 269-274 della edizione francese dell’opera edita dalle Éditions du Cèdre a Parigi nel 1974, traduzione, riveduta e corretta dall’autore, dell’originale pubblicato per la prima volta nel 1967 negli Stati Uniti, presso MM. Hawtorn Books Inc., con l’imprimatur di S. E. mons. Terence L. Cooke, arcivescovo di New York, poi cardinale con il titolo dei ss. Giovanni e Paolo.

Il problema del comunismo

Il 3 dicembre 1963, vigilia della chiusura della seconda sessione, monsignor de Proença Sigaud, arcivescovo di Diamantina in Brasile, consegnò personalmente al cardinale Cicognani delle petizioni indirizzate al Sommo Pontefice e firmate da più di 200 Padri conciliari appartenenti a quarantasei paesi, con la richiesta che fosse preparato uno schema speciale in cui “la dottrina sociale cattolica sia esposta in modo assolutamente chiaro, e in cui gli errori del marxismo, del socialismo e del comunismo siano confutati su basi filosofiche, sociali ed economiche”.

Questa lettera rimase senza risposta, ma otto mesi dopo, il 6 agosto 1964, il Sommo Pontefice pubblicava la sua prima enciclica, Ecclesiam suam, in cui invitava al dialogo con il comunismo ateo, anche se, diceva, motivi sufficienti lo costringevano, come i suoi predecessori e tutti coloro che hanno a cuore i valori religiosi, “a condannare i sistemi ideologici negatovi di Dio e oppressori della Chiesa, sistemi spesso identificati in regimi economici, sociali e politici”.

I vescovi di lingua tedesca e dei paesi nordici reagirono immediatamente a questa enciclica, e nelle loro note ufficiali sullo schema sulla Chiesa nel mondo contemporaneo dichiararono che era “indubbiamente auspicabile […] trattare in modo più specifico nello schema il problema dell’ateismo, e del dialogo da avviare con esso“.

Il 21 ottobre 1964, durante la terza sessione, la parte dello schema che trattava dell’ateismo – la parola “comunismo” era accuratamente evitata — fu messa in discussione. Il cardinale Suenens, dopo avere dichiarato che non vi si parlava a sufficienza del fenomeno moderno dell’ateismo militante nelle sue diverse forme, chiese che si procedesse a una indagine per determinare perché tanti uomini contemporanei negassero l’esistenza di Dio e attaccassero la fede.

Mons. Yu Pin, arcivescovo di Nanchino, prendendo la parola due giorni dopo a nome di settanta padri conciliari, reclamò l’aggiunta di un nuovo capitolo sul comunismo ateo. Mise in rilievo che il Concilio non poteva dispensarsi dal discuterne, “essendo il comunismo uno dei maggiori, dei più evidenti e dei più deplorevoli fenomeni moderni”. Era inoltre opportuno trattarne, per soddisfare l’attesa di tutti i popoli, “soprattutto di quelli che gemono sotto il giogo del comunismo e sono condannati a subire ingiustamente indescrivibili sofferenze”.

Il cardinale Beran, arcivescovo di Praga in esilio, residente a Roma, ricevette un ritaglio di un giornale cecoslovacco che affermava con orgoglio che il comunismo era riuscito a infiltrarsi in tutte le commissioni conciliari.

Il 7 aprile 1965, mentre lo schema era sottoposto a revisione, Paolo VI fondò un segretariato per i non credenti, per promuovere il dialogo con gli atei. La presidenza dell’organismo fu affidata al cardinale König, che aveva spesso servito da tramite tra la Santa Sede e i governi dei paesi comunisti.

Il 14 settembre 1965, data di apertura della quarta sessione, i Padri conciliari erano in possesso di un testo riveduto della sezione sull’ateismo dello schema sulla Chiesa nel mondo contemporaneo, ma anche questa volta non era fatto esplicito riferimento al comunismo. Questo mutismo spinse venticinque vescovi a diffondere una lettera, datata 29 settembre 1965, in cui enumeravano dieci ragioni per le quale la questione del comunismo marxista doveva essere trattata dal Concilio. Alla lettera era unita una petizione a questo scopo, redatta sotto forma di intervento scritto, che fu largamente diffusa tra i Padri.

La lettera affermava che un eventuale silenzio del Concilio sul comunismo, dopo che gli ultimi Papi e il Santo Ufficio avevano detto tanto in proposito, “sarebbe equivalso a una sconfessione di quanto era stato detto e fatto fino a ora”. Così come Pio XII era allora, ingiustamente, pubblicamente accusato di avere taciuto sulla questione ebraica, si poteva fondatamente pensare che “domani il Concilio sarà, questa volta a giusto titolo, accusato di non avere detto nulla del comunismo, il che sarebbe stato assunto come un segno di vigliaccheria e di connivenza”. Questa lunga lettera, che era stata scritta da mons. Carli, fu distribuita da mons. de Proença Sigaud e da mons. Marcel Lefèbvre, i cui nomi non figuravano tra quelli dei venticinque firmatari, a causa della grande avversione di cui erano fatti oggetto tanto in campo liberale che sulla stampa.

Nel corso di una conversazione telefonica con mons. de Proença Sigaud, che mirava a verificare l’esattezza di alcune notizie, venni a sapere che la petizione unita alla lettera, e che era stata preparata dal Coetus Internationalis Patrum, era stata firmata da 450 Padri conciliari. Il 20 ottobre 1965, diffusi un notiziario in proposito, e tre tra i maggiori quotidiani di Roma, Il Giornale d’Italia, Il Messaggero e Il Tempo, non tardarono a parlarne in prima pagina.

La commissione mista responsabile dello schema sulla Chiesa nel mondo contemporaneo fece distribuire il suo nuovo testo riveduto sabato 13 novembre, ma anche questa volta non vi si parlava del comunismo. Inoltre, il rapporto ufficiale preparato da questa commissione non faceva menzione della petizione firmata da 450 Padri e richiedente che si trattasse esplicitamente del comunismo.

Lo stesso giorno, mons. Carli indirizzò alla presidenza del Concilio, che era responsabile della osservanza del regolamento interno, una lettera di protesta, che fu inviata in copia, per conoscenza, ai cardinali moderatori, alla segreteria generale e al tribunale amministrativo. Il presule vi richiamava l’attenzione sul fatto che “450 Padri conciliari“, tra cui lui stesso, “avevano presentato alla segreteria generale, nei termini prescritti, un emendamento” di cui la commissione, nel suo lavoro di revisione, non aveva tenuto nessun conto. Citando alcuni articoli del regolamento interno, sottolineava che questi articoli disponevano chiaramente che “tutti gli emendamenti dovevano essere stampati e comunicati ai Padri conciliari, perché potessero decidere, con una votazione, se auspicavano l’ammissione o il rifiuto di ciascuno di essi“.

Mons. Carli qualificava come illegale anche la posizione assunta dalla commissione mista, e affermava che “questo modo di ammettere o di respingere gli emendamenti sottoposti dai Padri conciliari – e, nel caso in questione, senza neppure darne la giustificazione – trasformava una commissione composta al massimo da trenta persone in un organo giudiziario le cui sentenze erano senza appello“. Mentre in realtà i veri giudici erano i Padri conciliari uniti al Sommo Pontefice, essi erano di fatto semplicemente pregati dalla commissione di dire se le sue decisioni erano o meno di loro gradimento. Pareva quindi che “il Concilio fosse costituito non dai Padri conciliari ma dai membri delle commissioni“.

In seguito a questa protesta ufficiale, il cardinale Tisserant ordinò una inchiesta.

Poiché la commissione mista aveva puramente e semplicemente ignorato una petizione firmata da 450 Padri conciliari rappresentanti di ottantasei paesi, il Coetus Internationalis Patrum si affrettò a preparare lo stesso emendamento sotto forma di modus, un Placet juxta modum essendo l’ultima possibilità di poter fare modificare il testo. Una lettera datata sabato 13 novembre invitò i Padri conciliari a firmare e a sottoporre questo modus nel corso della votazione prevista per il lunedì 15. Non vi era richiesto, come riferì la stampa, che fosse portata contro il comunismo una nuova condanna, ma solo che fosse “solennemente riaffermata dal Concilio la dottrina che da tempo era quella della Chiesa“.

Tuttavia, la distribuzione di questo modus ebbe a risentire gravemente del fatto che precisamente durante questo week-end cinquecento Padri andarono a Firenze.

Il 15 novembre, mentre i Padri conciliari votavano sulla sezione dedicata all’ateismo, diffusi un comunicato stampa riferendo che le 450 firme erano scomparse e che perciò il Coetus Internationalis Patrum tentava di nuovo di farsi sentire proponendo, quel mattino stesso, un modus pressoché identico alla petizione.

Subito dopo la seduta del mattino, padre Tucci S. J., uno degli esperti della commissione mista, fece il suo solito resoconto ai giornalisti italiani, che gli chiesero che cosa era successo dell’intervento scritto firmato da 450 Padri conciliari. “Posso confermare, rispose, che l’emendamento sul comunismo non è arrivato né ai membri della Commissione né agli esperti che ne fanno parte. Tutto questo non è il risultato di nessun intrigo; forse la petizione è incappata da qualche parte in un semaforo rosso“. Questa frase di padre Tucci diede attualità ancora maggiore al mio articolo, che era stato diffuso un’ora prima, e nelle ventiquattro ore seguenti fu riprodotto in prima pagina da Il Giornale d’Italia, Il Messaggero, Il Tempo, Il Popolo, Il Secolo, Momento Sera e L’Avvenire d’Italia, e in altre pagine da Il Giorno, La Stampa, Paese Sera, Corriere della Sera e L’Unità, il quotidiano comunista.

Il 16 novembre, G. F. Svidercoschi, scrivendo con lo pseudonimo di Helveticus, riferì sul Tempo che un “prelato“, “funzionario” della commissione mista, aveva dichiarato che l’intervento sul comunismo era arrivato “troppo tardi” e che quindi non aveva potuto essere preso in considerazione. Questo confermava quanto detto da padre Tucci e accusava di negligenza il Coetus Internationalis, che pareva non avesse trasmesso in tempo alla segreteria generale la petizione firmata.

Il 17 novembre, mons. de Proença Sigaud diffuse un comunicato stampa, in cui affermava di avere rimesso personalmente la petizione firmata, insieme a mons. Marcel Lefèbvre, alla segreteria generale, il 9 ottobre 1965 a mezzogiorno, entro i termini prescritti. A questo punto la responsabilità veniva fatta ricadere sulla segreteria generale.

Il 18 novembre, G. F. Svidercoschi, che nel frattempo aveva svolto una indagine personale, pubblicò sul Tempo nuovi particolari. La segreteria generale, diceva, aveva ricevuto in tempo il testo sabato 9 ottobre e ne aveva subito informato per telefono il segretario della commissione mista, ma dicendogli che la segreteria generale lo avrebbe tenuto fino a lunedì, per verificare le numerose firme. Questo rigettava ora la responsabilità sulla commissione mista, e più precisamente sulla sua segreteria, perché – come sottolineava Svidercoschi – la scusa fornita in un primo momento da questa segreteria, e cioè che la petizione era arrivata “troppo tardi“, non era più valida.

Nel frattempo, era proseguita l’indagine ufficiale, e il cardinale Tisserant ne portò i risultati al Sommo Pontefice.

Da quattro fonti diverse, venni a sapere che la persona che non aveva comunicato la petizione ai membri della commissione mista era il segretario di questa commissione, mons. Glorieux, di Lilla, che in Vaticano ricopriva una mezza dozzina di cariche, e aveva fatto parte del personale di redazione dell’Osservatore Romano. Era anche segretario della commissione per l’apostolato dei laici.

Un altro membro della commissione mista riconobbe più tardi che essa aveva ignorato anche altri interventi, ma che era stato “stupido” mettere da parte quello che riguardava il comunismo.

Il 23 novembre a mezzogiorno, diffusi un comunicato stampa illustrando la parte avuta da mons. Glorieux nel caso, e ne distribuii io stesso esemplari ai giornalisti accreditati presso la sala stampa vaticana. Come ci si poteva aspettare, la cosa non passò inosservata da parte delle autorità vaticane.

Nel pomeriggio, alle cinque, Paolo VI ricevette in udienza i vescovi dell’America Latina, in occasione del decimo anniversario della fondazione del Consiglio Episcopale Latino-Americano (CELAM), e nel corso della sua allocuzione attirò la loro attenzione sull’”ateismo marxista“. Egli lo presentò come una forza pericolosa, ampiamente diffusa ed estremamente nociva, che si infiltrava nella vita economica e sociale dell’America Latina e che propugnava “la rivoluzione violenta quale unico mezzo per la soluzione dei problemi“.

Il 24 novembre, i giornali del mattino pubblicarono in prima pagina articoli sul prelato francese che aveva servito da “semaforo rosso” alla petizione relativa al comunismo, e la stessa mattina il Sommo Pontefice inviò alla commissione mista l’ordine di inserire una nota a pié di pagina sull’insegnamento della Chiesa sul comunismo. La commissione si piegò, e citò encicliche di Pio XI, Pio XII, Giovanni XXIII e Paolo VI; inoltre inserì le parole “come ha fatto in passato” nella frase: “La Chiesa, fedele sia a Dio sia agli uomini, non può fare a meno di riprovare, come ha fatto in passato, con tutta fermezza e con dolore, tali perniciose dottrine e tattiche, che contrastano con la ragione e con la esperienza comune degli uomini, e che degradano l’uomo dalla sua innata grandezza“. Come spiegò in modo esplicito la commissione nel rapporto ufficiale che fece leggere all’assemblea generale, le parole supplementari erano state introdotte per fare allusione “alle condanne portate dai Sommi Pontefici contro il comunismo e il marxismo“.

Quando, a nome della commissione mista, il cardinale Garrone, arcivescovo di Tolosa, diede lettura all’assemblea generale del suo rapporto ufficiale, fu costretto dalle autorità conciliari a riconoscere pubblicamente, perché la cosa figurasse nei documenti del Concilio, la negligenza di cui ci si era resi colpevoli: gli interventi relativi al comunismo, disse, “sono sì giunti in tempo utile agli uffici della nostra commissione, ma non sono stati esaminati come avrebbero dovuto, perché, non intenzionalmente, non sono stati trasmessi ai membri della commissione“.

Tuttavia, fu subito evidente che vi era confusione di cifre nei diversi rapporti preparati dalla commissione mista. Secondo mons. Garrone, erano giunti in tempo 332 interventi. Un altro rapporto parlava di 334 interventi, di cui solo 297 erano arrivati in tempo. Mons. da Proença Sigaud si recò dall’archivista del Concilio per verificare le firme, delle quali ne aveva segnate 435 (su 450), ma gli fu detto che i documenti originali non erano ancora disponibili e che le cifre pubblicate dovevano essere considerate ufficiali. Ora, la commissione mista aveva pubblicato cifre contraddittorie, senza precisare quale tra esse avesse valore ufficiale.

Benché soddisfatto dell’aggiunta delle nuove parole nel corpo del testo e del fatto che tutte le encicliche importanti relative al comunismo erano citate in nota, mons. de Proença Sigaud non poté fare a meno di notare: “Non è la stessa cosa avere un cappello in tasca e averlo in testa“.

Il 3 dicembre, il Coetus Internationalis Patrum fece distribuire un’ultima lettera agli 800 Padri conciliari che figuravano nel suo indirizzario. Questa lettera enumerava cinque ragioni per cui le sezioni dello schema sulla Chiesa nel mondo contemporaneo relative al comunismo, al matrimonio e alla guerra non erano ancora soddisfacenti, e terminava con un appello rivolto ai Padri perché votassero contro lo schema nel suo insieme, posto che non era “più possibile ottenere emendamenti parziali“.

Ma questo tentativo dell’ultima ora ebbe poco successo, e solo 131 Padri conciliari votarono contro la sezione sull’ateismo. Il Coetus Internationalis non rimase per questo meno fermo, e 75 voci si pronunciarono contro la costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo al momento del voto definitivo, che ebbe luogo il 7 dicembre 1965.

RALPH M. WILTGEN S.V. D.

(Fonte: Cristianità, nn.19-20, 1976)

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